CALENZANO

Calenzano (pronuncia: /kalenˈʣano/[3]) è un comune italiano di 17 999 abitanti della città metropolitana di Firenze in Toscana. La storia di Calenzano ha origine nella notte dei tempi, in un'epoca remota in cui il grande lago preistorico che occupava la pianura tra Firenze, Prato e Pistoia, si stava prosciugando e lasciava il posto a paludi e acquitrini. Intorno a questa zona umida viveva una fauna simile all'attuale. Le prime tracce di antropizzazione di questo territorio datano a circa 40.000 anni fa, in pieno Paleolitico e sono costituite da numerosi strumenti litici, specie in diaspro rosso, ritrovati in particolare nella zona di Travalle.[5] All'Età del Bronzo risalgono i primi insediamenti umani, dei villaggi di capanne dislocati nella fascia pedemontana. Il popolo più antico che abitò questo territorio pare sia stato quello dei Liguri. Erano queste genti pastori nomadi, provenienti dalla Liguria e dal Piemonte che si stanziarono nell'area tra il Bisenzio e l'Arno verso il 2000 a.C.[6] È una teoria ormai consolidata quella secondo cui i Liguri furono ricacciati verso nord-ovest dall'avanzata degli Etruschi. Numerosi sono stati nel corso degli anni i ritrovamenti archeologici che testimoniano la massiccia presenza del popolo tirrenico a Calenzano. Uno su tutti, anche se situato in territorio pratese alla confluenza tra il fiume Bisenzio e il torrente Marinella di Travalle, quello della città di Gonfienti, edificata alla fine del VII secolo a.C. ed estesa su una superficie di ben 17 ettari. Nel 1735 fu rinvenuta sulle pendici di Poggio Castiglioni, un colle posto sempre ai confini tra Calenzano e Prato, la statuetta bronzea detta "l'offerente", oggi conservata al British Museum di Londra. Infine, il reperto forse più importante: il famoso Cippo di Settimello. Si tratta di un monumentale cippo scolpito in pietra che doveva esser posto sopra un tumulo funerario, da prima conservato al Museo Archeologico di Firenze è oggi collocato nella villa Corsini di Castello. Arriviamo dunque al periodo della dominazione romana. Le tracce più evidenti lasciate dai latini sono di tre tipi: assetto del territorio, ritrovamenti archeologici e toponomastica. Dalla fondazione della colonia di Florentia tra il 30 e il 15 a.C. derivò una generale opera di riorganizzazione della piana circostante. Le zone paludose furono in gran parte bonificate e le terre a nord e a sud dell'Arno fino al pistoiese vennero sottoposte alla centuriazione. Partendo da un centro, come accadeva per disegnare la pianta viaria di città e accampamenti, si tracciavano un cardo e un decumano sui quali si intersecavano in modo ortogonale altre linee che formavano quadrati con lati di circa 700 metri. Questi quadrati costituivano singole unità agricole che spesso venivano redistribuite tra i legionari veterani di guerra. Osservando dall'alto la piana a ovest di Firenze, tale suddivisione è ancora ben visibile. Strade vicinali, fossi e confini di campi seguono le direttrici tracciate dagli antichi agrimensori. Tutta la piana era in quel tempo attraversata dalla via Cassia che collegava Florentia con Pistoia, Lucca e il porto di Luni. La presenza di questo percorso è testimoniata dai nomi dei luoghi. Terzolle, Quarto, Quinto, Sesto e Settimello non indicano altro che la distanza in miglia da Firenze. La Tabula Peutingeriana pone in corrispondenza del nono miglio la mansio (stazione di posta e cambio dei cavalli) denominata Ad Solaria.[7] Durante i lavori per la realizzazione di una rotonda nella zona detta "il Rosi", sono venuti alla luce i resti di un grande complesso dotato di magazzini, cortile interno e un pozzo, databile al I-II secolo d.C. e identificato dagli studiosi proprio con la sopracitata mansio Ad Solaria. Non è un caso che questa stazione di posta si trovasse in corrispondenza dell'incrocio tra la Cassia e una delle direttrici che andavano verso Nord (è il percorso dell'attuale SP8) e valicato il Passo delle Croci, raggiungevano il Mugello ricollegandosi alla via Flaminia Militare. Di notevole interesse è stato inoltre il ritrovamento nel 2003 dei resti di una villa-fattoria di età augustea poco oltre la località detta "La Chiusa", tra la collina di Montedomini e il torrente Marina. Dagli scavi, condotti dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, si è potuto evidenziare che l'edificio fu occupato per tutta l'età imperiale e abbandonato nel periodo tardo antico a seguito di un incendio.[8] Vista la sua posizione geografica è evidente che Calenzano, o meglio il primo nucleo che sarebbe diventato il paese attuale, aveva in quel periodo un'importanza strategica notevole, non solo per quanto riguarda la viabilità. Pochi sanno infatti che proprio dalla frazione della Chiusa partiva l'acquedotto che riforniva d'acqua Florentia. Sarà facile notare come "Chiusa" sia un toponimo parlante, dal momento che ricorda la presenza dell'imboccatura dell'acquedotto che captava le acque del torrente Marinella di Legri, scelto dagli ingegneri romani per la sua portata costante durante tutte le stagioni. Si trattava di un'opera di alto livello tecnico realizzata nei primi anni del II secolo d.C., costituita in gran parte da un cunicolo interrato, a tratti ancora esistente, che usciva all'aperto nella zona di Rifredi e proseguiva fino alla città su arcate.[9] Calenzano ha già nel nome un ricordo della presenza latina: il suffisso -ano è indice certo di fondazione romana. Un'ipotesi non accertata faceva derivare il nome del paese da quello di un'antichissima famiglia fiorentina, i Calenzia, che avrebbe posseduto terre in questa zona.[10] Sembra però più probabile che il toponimo tragga origine dal nome proprio di persona latino Calentius. Nell'età tardoantica e nell'alto medioevo si verifica anche a Calenzano quel fenomeno di "vuoto documentario" comune a tante parti d'Europa. Di nuovo può esserci d'aiuto la toponomastica: "castellare", "castiglione", "castellaccio" indicano con molta probabilità la presenza di insediamenti militari bizantini e longobardi. "Salenzano" un piccolo abitato posto in posizione elevata a nord di Legri, trarrebbe origine da sala, termine longobardo che indicava prima una casa da signore e conseguentemente una proprietà terriera. A seguito del crollo del sistema statale romano, vengono meno le condizioni che rendevano possibile un'adeguata manutenzione delle vie consolari. Le zone pianeggianti sono soggette all'azione di bande di briganti e ai periodici straripamenti del torrente Marina. Pertanto si inizia a usare maggiormente una viabilità di crinale, che corre e valica le creste montuose. Resti del condotto sotterraneo dell'acquedotto romano in località La Chiusa Nei primi secoli dell'alto medioevo al sistema insediativo e produttivo della villae, sorto in età imperiale, si sostituisce gradualmente quello che fa capo alle pievi. I tre plebati più antichi del territorio di Calenzano sono quello di San Donato, di Santa Maria a Carraia e di San Severo a Legri, tutti fondati tra il X e l'XI secolo. La chiesa di San Niccolò, all'interno del borgo fortificato del castello, diverrà pieve solo nel 1799, distaccandosi dal plebato di San Donato. La testimonianza architettonica più rilevante per l'alto medioevo è costituita senz'altro dalla pieve romanica di San Severo a Legri. Citata per la prima volta in documenti del X sec. ma probabilmente di fondazione più antica, forse addirittura risalente al V-VI secolo.[11] La chiesa, così come il vicino castello, possesso dei conti Guidi, sorgeva sull'antica via (uno dei percorsi "di crinale" di cui parlavamo prima) che dalla valle del torrente Marinella, risalendo i contrafforti montuosi arrivava nella località detta "Il Carlone", nei pressi di Vaglia e quindi in Mugello.[12] Valicato il grande spartiacque cronologico dell'anno Mille, incontriamo il primo documento in cui è citato il nome "Calenzano". Si tratta di una bolla di papa Innocenzo II del 1134 in cui si nomina la "curtem de Calenzano".[13] La seconda attestazione è costituita da un editto dell'imperatore Enrico VI del 1191 in cui il figlio di Federico Barbarossa conferma ai conti Guidi da Modigliana i loro possessi in Toscana, tra i quali compaiono: "Kalenzanum cum tota curte sua; quidquid habet in monte Morello, quartam partem Castri de Ligari".[14] Proprio alla potente famiglia comitale dei Guidi si deve con ogni probabilità il primo incastellamento della collina di Calenzano. Questo nucleo originario del castello assunse nel XII secolo una notevole importanza strategica, situato com'era al confine tra due diocesi, quella di Firenze e Pistoia (Prato lo diventerà solo nel 1653) e i domini feudali dei già citati Guidi, dei conti Alberti, che controllavano la Val di Bisenzio, e degli Ubaldini, signori ghibellini del Mugello. Risalgono al XIII secolo le prime menzioni di Calenzano inteso come "castello". Ne troviamo traccia nel Libro di Montaperti del 1260[15] e nel Libro degli Estimi del 1269.[16] In questa seconda fonte in particolare si descrivono i danni subiti dai guelfi di Firenze dopo la sconfitta nella battaglia di Montaperti ad opera dei ghibellini, i quali provocarono ingenti distruzioni anche al castello di Calenzano. Dai Guidi il castello passò sotto la giurisdizione del vescovo di Firenze e infine agli inizi del '300 divenne possesso della Repubblica di Firenze. È interessante notare che altri tre castelli erano dislocati lungo la Val di Marina: Quello di Combiate, presso il Passo delle Croci, di cui non resta traccia, difendeva l'accesso alla piana da nord; quello di Legri, già possesso dei conti Guidi poi dei Figiovanni e dei Cattani-Cavalcanti, restaurato in anni recenti in stile neogotico è oggi residenza privata; e il castello di Travalle, anch'esso antico feudo dei Guidi. La proprietà di quest'ultimo, divisa tra i Tosinghi e i Lamberti, fu acquistata dal Comune di Firenze nel 1225. Passato quindi all'antica famiglia dei Corbinelli, a loro rimase per tutto il '600. Da allora il "castellaccio" di Travalle, come viene chiamato, costituisce uno dei poderi della grande villa fattoria prima degli Strozzi Alamanni, poi dei Ganucci Cancellieri. Ai castelli si affiancavano nel controllo del territorio numerose torri d'avvistamento, come la torre di Collina, la "Torraccia" o la torre di Baroncoli. La "portaccia", ingresso al borgo medievale da sud Il fatto storico più rilevante che riguarda il castello avvenne la notte tra il 4 e il 5 ottobre 1325. Le milizie ghibelline del condottiero lucchese Castruccio Castracani, reduci dalla vittoriosa battaglia di Altopascio, attaccarono e incendiarono le fortificazioni senza incontrare resistenza durante la loro avanzata su Firenze.[17][18][19] In quel secolo di guerre continue che fu il '300, Calenzano subì nuovamente gravi devastazioni. Nel 1351 fu assediato e danneggiato dalle truppe dei Visconti di Milano guidate da Giovanni di Oleggio. A quel punto la Repubblica fiorentina, consapevole di non poter rinunciare a una roccaforte che era la vera porta d'accesso alla piana fiorentina da ovest, decise di prendere provvedimenti. Le strutture difensive furono consolidate e ampliate, facendo assumere alla cerchia muraria la conformazione che conserverà per i secoli a venire. Questi dispendiosi lavori si dimostrarono efficaci quando nel 1363 i pisani, fiancheggiati dai mercenari inglesi di Giovanni Acuto, imperversarono per il contado di Firenze, depredando e saccheggiando. Le mura del castello resistettero e fornirono riparo anche agli abitanti della vicina Sesto.[20] In quello stesso anno il Comune di Firenze deliberò un ulteriore rafforzamento delle opere di difesa e decretò il divieto assoluto per gli abitanti, pena una multa di 1000 libbre di fiorini piccoli, di costruire o abitare case o capanne addossate alle mura del castello o in un perimetro di 200 braccia intorno ad esse.[21] Tra gli ultimi decenni del '300 e i primi del '400 il castello di Calenzano raggiunse l'apice del suo splendore, sia a livello economico che militare. Ma come spesso accade, dopo il massimo momento di gloria arriva, seppur lentamente, il declino. Dopo che la Repubblica fiorentina ebbe esteso e consolidato i suoi domini in Toscana, il castello di Calenzano perse l'importanza strategica che aveva acquisito nei secoli precedenti e da avamposto militare si trasformò progressivamente in centro abitativo a carattere agricolo. Già nel 1452 la magistratura dei Dieci di Balia dovette prendere provvedimenti per far riparare nuovamente le strutture difensive. "Rimaste così ferme per i secoli a venire, nella loro configurazione tipicamente medievale, le mura di Calenzano ebbero da respingere solo gli assalti del tempo, che portava la rovina delle pietre, e quelli abbastanza modesti per la verità, degli uomini che costruivano sopra le mura".[22] Al 1411 risalgono i primi statuti della Lega e Comune di Calenzano, conservati nell'Archivio di Stato di Firenze. Vi sono contenute le norme, aggiornate a più riprese nel 1516, 1594 e 1635, riguardanti i vari aspetti della vita pubblica: l'elezione dei rettori a capo di ogni "popolo", degli otto consiglieri che reggevano la comunità, la riscossione delle tasse, dei dazi e l'amministrazione della giustizia. Firenze esercitava il suo controllo amministrativo e militare sul territorio tramite un Capitano, affiancato da un Podestà. Nel 1512 Calenzano non fu toccato per sua fortuna dalle truppe papaline e dai mercenari spagnoli autori del famoso Sacco di Prato, che misero a ferro e fuoco anche Campi Bisenzio. In quel tragico frangente che fu l'assedio di Firenze del 1529-1530, sappiamo che il castello venne usato come piazzaforte militare nel contado, senza tuttavia subire danni: "si tenne per fortezza et ne fu commissario Agnolo Anselmi, cittadino fiorentino".[23] Se, come abbiamo visto, l'importanza militare del borgo fortificato era già diminuita nel secolo precedente, Calenzano dopo la proclamazione del Granducato sotto Cosimo I, perse definitivamente ogni rilevanza strategica. Le torri vennero affittate a privati che ne fecero abitazioni, mentre i terreni furono usati a scopi agricoli.

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